Mi chiamo Anna Maria Grazia Di Gasparro e sono nata il primo Luglio 1933 a Conca della Campania dove risiedo ancora. Già dal primo giorno sono stata chiamata Graziella e così mi chiamava il mio papà.

Ho trascorso i miei primi 10 anni fra medici e ospedalizzazioni, tutto molto attutito dal grande amore del mio papà e della mia mamma, che mi sorreggevano quasi a diminuire le grandi sofferenze che tuttavia pativo.

La guerra in corso stravolse la mia famiglia ed io venni privata di un padre tenero, affettuoso, indispensabile, prelevato e invitato a seguire un manipolo di nazisti. A mia madre dissero che sarebbero tornati presto. La sua presenza sarebbe servita solo per rimuovere delle macerie. E intanto rastrellarono altri uomini e purtroppo nessuno di loro tornò più.

La nostra casa era stata occupata da un comando nazista, che razziò tutto ciò che trovò obbligandoci ad andare via. Con l'avanzata degli americani verso il fronte di Cassino, anche il comando nazista fu costretto a lasciare le nostre case, non senza averle prima minate e ridotte ad un cumulo di macerie. Tutto in quello stesso giorno, il 1 Novembre 1943, il giorno in cui assassinarono il mio papà.

I giorni che seguirono questa tragedia sono inenarrabili. Intorno si respirava solo morte, distruzione ed orrore. Eravamo tra due fuochi: quello nazista arroccato a Montecassino e quello americano, pronto a scacciare i tedeschi per poi avanzare verso Nord e liberare l'Italia da quell'oppressione barbara e crudele che aveva oltrepassato ogni limite umano e civile. Sono sopravvissuta al primo bombardamento da parte degli americani a Roma il 19 luglio 1943. Ricordo ancora quella fuga quando scendendo una rampa di scale, notai di fianco un uomo che, privo di gambe, faceva leva sulle braccia, per cercare di salvare quello che gli era rimasto del suo corpo mutilato. Era un marinaio ferito, vittima anche lui di una guerra atroce. Fortunatamente qualche giorno dopo arrivò mio padre a prendermi. Riuscì a trovarmi all'isoletta Tiberina dopo aver girato una lunga serie di rifugi, ospedali e persino obitori.

La mia vita è continuata fra non poche difficoltà sia quotidiane che sociali. Mi mancava anche il necessario.
Dopo la morte di mio padre entrai, come orfana di guerra, in collegio. Definire lager quel luogo è sicuramente appropriato vista la carenza di igiene, cibo, affetto e libertà. Nonostante tutto è prevalso in me lo spirito e lo stimolo a migliorarmi, oltre alla voglia di capire e di sapere. Cose che fin da bambina mi hanno sempre contraddistinto e che mi hanno fortificato verso altre dure prove riservatemi dalla vita: vari e dolorosissimi interventi chirurgici di cui ancora porto le ferite nel corpo.

Mi è rimasta però una grossa spina nel cuore: rendere giustizia alla memoria di mio padre. Credo di esserci riuscita con grande soddisfazione e successo attraverso mostre, convegni, libri e -in ultimo- questo sito Internet.

Questo impegno doloroso, ma molto importante della mia vita è emerso per una serie di circostanze dovute unicamente alla mia volontà di voler scrivere una pagina di storia sconosciuta e impunita, che si è consumata nel nostro Paese tra la voglia di cancellarla e l'indifferenza più totale da parte delle Istituzioni e della popolazione poco propensa a ricordare, carenti di memoria storica. Una indifferenza sorda persino al richiamo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che invece si mostrò pronto a rispondere ai miei appeli cosi come testimonia la sua cordiale lettera a me indirizzata.

Tutto cominciò il 7 dicembre 2002 a Mignano Montelungo dove, per la prima volta, venne esposta la mostra documentaria e fotografica "Erba Rossa". Il titolo prende il nome dal mio ricordo di quando, bambina, mi recavo a visitare un cumulo di terra sotto cui era stato sepolto mio papà con i suoi compagni di morte. In quel cumulo notavo la crescita di vari ciuffi di erba diversi dagli altri. Il loro colore non era verde, ma tendeva al rosso. Capì che tutto ciò era dovuto al sangue che lì era stato versato abbondantemente. Quell'erba mi è rimasta impressa nella mente e non l'ho più dimenticata.

La mostra "Erba Rossa" è opera preziosa e storica del professor Felicio Corvese, il quale, quasi incredulo, ha raccolto le mie memorie, le ha curate, valorizzate e descritte molto bene come solo lui sa fare. La sua grande umanità, la sua cultura, la grande sensibilità, sono eloquenti in ogni rigo.

Relativamente alla mostra fu realizzato anche un filmato trasmesso sulla rete pubblica della Renania in Germania.

Personalmente come vittima e testimone ho avuto l'onore di partecipare a manifestazioni pubbliche e dibattiti con docenti e insegnanti, confrontandomi con varie personalità del mondo culturale e politico, sui temi della memoria e della nostra tormentata storia recente.